Agricoltura & Mestieri

Un efficace slogan definisce la Valle Brembana la “Valle dei formaggi“. Poche altre valli, non solo italiane, possono infatti vantare un’offerta casearia così diversificata e ricca di storia. Dei tanti formaggi prodotti in valle ben quattro si fregiano della Denominazione di Origine Protetta (DOP: Bitto, Formai de Mut dell’Alta Valle Brembana, Strachitunt e Taleggio) e tre del Presidio Slow Food (Agrì di Valtorta, Bitto storico e Stracchino all’antica delle valli bergamasche) , a conferma del forte legame che essi hanno con il territorio, con i tradizionali metodi di lavorazione e con la qualità. Il latte e i formaggi che ne derivano, per la gran parte di vacca, sono da sempre prodotto tipico della Valle Brembana. Ciò a ragione del suo assetto ambientale, il quale ha favorito la coltivazione del prato e lo sfruttamento dei pascoli d’alta quota e dunque l’allevamento degli erbivori. In passato alcune aree di fondovalle, quelle morfologicamente più favorevoli, ospitavano anche culture seminative, ma sempre in misura minima rispetto alle foraggere. La presenza di estese praterie sommitali ha inoltre favorito lo sviluppo di una particolare forma di allevamento transumante che per secoli ha caratterizzato, sotto l’aspetto produttivo e organizzativo, ma anche sociale, sia la montagna brembana che la Pianura Padana. Un tempo la Valle era anche terra di minatori, mastri fonditori e fabbri, ovvero di maestranze legate all’estrazione e lavorazione dei metalli, del ferro in particolare. La discreta presenza di minerali ferrosi, nonché di boschi da cui trarre carbone e di acque per alimentare forni e fucine, favorì lo sviluppo di una peculiare industria che per lunghi periodi impegnò una larga parte della popolazione e che, unitamente all’attività forestale, fece delle maestranze brembane figure assai apprezzate e richieste anche in terre lontane.

CAMPI E PRATI

La segale e l’orzo sono i più longevi cereali della tradizione agricola valligiana, apprezzati per la loro rusticità, esattamente come il miglio, altro cereale un tempo assai diffuso in montagna che recava in dote un breve ciclo colturale. Le patate e il mais, giunti in bergamasca quasi due secoli dopo il granoturco, grazie alla rapida capacità d’adattamento all’ambiente dell’alta montagna, diffondono prima a Cusio e a Ornica e poi in Valle Averara. Nel secondo dopoguerra l’esodo dalle montagne e il declino del settore primario hanno portato dapprima a una rapida semplificazione del paesaggio a vantaggio dei prati, da sempre alla base dell’economia agricola brembana, e poi alla contrazione di questi ultimi, che oggi non di rado lasciano il posto al bosco anche in siti comodi e produttivi.

LE FUCINE

Già alla fine del Cinquecento le terre altobrembane erano dotate di una fitta rete di sistemi a base idraulica, mulini e fucine in particolare. I primi macinavano grano e prodotti locali, le seconde lavoravano il ferro estratto in loco. A queste strutture si aggiungevano segherie per la lavorazione del legname, peste per la frantumazione delle granaglie e delle scorze, torchi per la spremitura delle noci. Nell’Oltre Goggia un ruolo cruciale l’ebbero le fucine, che a seconda del tipo di lavorazione erano classificate in ‘grossa’, ‘sotiladora’, ‘trafilera’ e ‘chiodarola’. Nelle prime la ghisa proveniente dai forni veniva ridotta in pezzi grossolani di ferro dolce o acciaio, da cui nelle seconde si ottenevano semilavorati più sottili . Le ultime due erano specializzate rispettivamente nella produzione di filo di ferro e chiodi, che si traevano dai semilavorati insieme ad altri più specifici manufatti quali ad esempio chiavi e lumi. Il 29 giugno 1890 una spaventosa alluvione distrusse gran parte delle fucine ancora esistenti e decretò la fine di un’industria nel frattempo entrata in profonda crisi e della quale oggi, purtroppo, non rimangono che poche tracce.

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