Arte & Cultura “Averara, la Via Mercatorum e il Passo San Marco”

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La partenza

Dal Ponte di pietra (Put de préda; m 795; slargo), in bassa Val Mora, si segue brevemente la carrabile per Caprile inferiore, lungo l’omonima via, sino ad imboccare sulla destra una mulattiera che sale veloce lungo il pendio, incrocia il nastro d’asfalto e sbuca presso l’ingresso meridionale della contrada, detta anche Caprile basso (fontana). Attraversatala e superato il portone che la chiude a Nord, forse legato ad esigenze difensive, si sale lungo la strada agrosilvopastorale realizzata qualche lustro addietro seguendo l’andamento dell’antica mulattiera, ancor oggi per buoni tratti percorribile (segnavia CAI 110 e S. Brigida 13).

La via storica

In breve si è a Losco, grumo di baite a tutta pietra posto al vertice settentrionale delle aree agricole della Val Mora, a monte del quale, presso la Val Serrada, la mulattiera di fondovalle, che ricompare, si unisce a quella proveniente da Caprile superiore. Si supera dunque la vallecola (ponticello), si percorre un nuovo breve tratto della strada agrosilvopastorale e poi si riprende a sinistra l’acciottolato (résc) della mulattiera, che sale gradualmente tra pecci e abeti. L’itinerario ripercorre in questo tratto l’antica strada per il «passo della montagna d’Averara», poi detto di S. Marco, che per secoli costituì la parte più settentrionale della cosiddetta “Via Mercatorum”. Qua e là le fattezze del manufatto sottolineano l’importanza di quella che, prima della realizzazione della Strada Priula, era per lo Stato Veneto la principale via di collegamento con i territori valtellinesi e, oltre i passi dello Spluga e del Settimo, il cuore dell’Europa. Averara era l’ultimo importante centro prima del tratto sommitale che saliva al passo e il suo medievale porticato, in contrada Fontana, un fondamentale luogo di sosta e organizzazione delle carovane. Alternando salite lievi ad altre più decise il tracciato sale nel bosco superando una frana e una serie di vallecole (attenzione ai tratti esposti). Più avanti si spiana ed esce nella radura pascoliva di Ponte dell’Acqua, ove un ponticello in ferro permette di guadagnare l’altro lato della valle. Tra una più rada vegetazione, limitata dalle colate detritiche che le soprastanti pareti rocciose del Dosso Gambetta e del Montù alimentano in continuazione, si prosegue in salita, che si fa decisa quando la mulattiera rimonta un gradino vallivo.

L’Alta Val Mora

Si raggiunge così la casa dei guardiani della grande diga a gravità che trattiene le acque del Lago di Valmora, uno dei pochi bacini orobici completamente artificiali. Un breve tunnel (a sinistra della casetta) e un tratto di salita permettono di guadagnare la sommità del manufatto (m 1.545), dove il panorama si apre sul lago e sulla retrostante conca alpestre. Si continua lungo la pista di accesso alla diga costeggiando lo specchio d’acqua e poi tagliando i pascoli basali dell’Alpe Parissolo, in parte oggi occupati dal lago. L’antica strada di valle serviva in questa zona anche alcune miniere di ferro, di cui verso sinistra, nelle rocce affioranti della Formazione del Collio, rimangono  tracce di scavo assai remote, probabilmente medievali. Superato il Torrente Acqua Nera la pista guadagna il piede dell’Alpe Cul (o Cullo), lasciando sulla sinistra quello dell’Alpe Ponteranica, sede della montagna e dei laghetti omonimi, che tutt’oggi lega il proprio nome a quello del paese sito alle porte di Bergamo. Alla fine del Cinquecento questi ne divenne infatti proprietario, così come fece il limitrofo comune di Sorisole con altre malghe brembane, per offrire ai suoi tanti allevatori un adeguato sito di monticazione estiva. Poco oltre il primo tornante si lascia la carrabile per quella che verso sinistra conduce alla già visibile Casera Cul (m 1.714), posta su un aprico dosso nella parte centrale del comparto pascolivo. La si aggira sul retro per poi traversare a ponente lungo una gippabile e raggiungere il margine orientale del Piano dell’Acqua Nera (o Acquanera), una vasta zona umida formatasi a seguito dell’interramento del laghetto che un tempo albergava sul fondo del circo glaciale. Qui e nel piano sottostante, verso la Casera di Ponteranica, le particolari condizioni ambientali e climatiche danno vita a due tra le più interessanti torbiere delle Orobie, caratterizzate dalla presenza di cariceti, erioforeti e tricoforeti. Il margine inferiore del piano è delimitato da una sorta di argine dal quale emergono numerose rocce montonate, caratteristici dossi rotondeggianti e striati frutto dell’intensa opera di erosione (esarazione) degli antichi ghiacciai pleistocenici, cui si devono molte altre forme del paesaggio circostante.

Cà San Marco e la Strada Priula

Unitamente al Sentiero delle Orobie Centro Occidentali (segnavia CAI 101) si prosegue ora verso destra, contornando la testata di valle, sino a raggiungere Cà S. Marco, nella seconda parte unitamente al sentiero proveniente dal Passo di Verrobbio (segnavia CAI 161). Il massiccio edificio, oggi adibito a rifugio, venne edificato tra il 1593 e il 1594 dalla Serenissima con il duplice scopo di dare assistenza alle carovane che percorrevano il tratto sommitale della Strada Priula e di garantire la costante percorribilità di quest’ultima attraverso la presenza di un custode. Nelle vicinanze dell’antica “Sosta”, lungo la provinciale per il valico, sorge anche il più recente Rifugio Passo S. Marco 2000, ove è possibile pernottare. Seguendo la Priula ci portiamo dunque al Passo di S. Marco (m 1.985), in antico detto anche “Colmo di Albaredo”, dove il panorama si apre sulla Valle del Bitto di Albaredo e sull’articolata cresta delle Alpi Retiche. Una breve digressione verso Ovest consente di visitare le trincee e gli altri apprestamenti difensivi della Grande Guerra, costruiti qui come in altri siti strategici nel timore che le truppe austro-tedesche potessero entrare in Val Padana da Nord attraverso la Svizzera, in quel periodo filo-imperiale.

Verso l’Alpe Cantedoldo

Tornati a Cà S. Marco si prosegue lungo la strada asfaltata e poi a destra sull’antica Priula sino a raggiungere, in corrispondenza di un tornante della provinciale, la Casera di Ancogno Vago (m 1.757), in località Còla, dove si prende a sinistra della larga dorsale pascoliva un sentiero in falsopiano che attraversa le malghe Ancogno Vago e Gambetta (segnavia CAI 113). Con bella vista sull’alta Valle di Mezzoldo e la costiera calcarea dei monti Cavallo e Pegherolo, ci si porta alle Baite del Dos (o del Dosso pozza) e poi, con largo giro a destra (vasca per l’abbeverata), alla Casera di Gambetta, appena sotto l’omonimo dosso. Trascurati sulla sinistra i tracciati per la Valle di Mezzoldo, si prosegue diritti nel pascolo, tra romici, puntando al palo di una linea elettrica dismessa, ove compare un sentiero (segnavia CAI) che tra boschi e pascoli raggiunge un dosso con vasca per l’abbeverata del bestiame. Qui si lascia sulla destra il sentiero segnalato, che cala alla Baita Burtulù, e con un bel traverso discendente ci si porta verso Sud allo Stallone di Cantedoldo, appena sopra la Casera. Giunti presso quest’ultima, al margine del pascolo, proseguiamo verso sinistra lungo la pista che la collega alla vicina Casera Vecchia (m 1.500), recentemente recuperata e adibita a usi turistici e didattici. L’itinerario prosegue alla volta di Valmoresca imboccando alle spalle dell’edificio un sentiero che cala di traverso nella pecceta, supera una pozza (elettrodotto) e si porta all’apice dei prati dei Grasselli, dall’eloquente nome. Tenendoli sulla sinistra si continua nel bosco e con una serie di tornanti, toccando prima una costa (pozza in disuso) e poi una baita, ci si porta lungo il loro margine occidentale e da qui, con bella diagonale, in corrispondenza di quello inferiore, poco sotto il panoramico Belvedere. Il sentiero cala ora veloce lungo la displuviale, in un bosco ormai dominato dal faggio, e dopo aver lasciato sulla sinistra la diramazione per la Teggia di Mezzo raggiunge l’amena radura di Piazza Selva, presso il Filone del Corno. Ai suoi piedi il tracciato torna evidente e con ultimo traverso nel bosco si raccorda alla strada agrosilvopastorale diretta ai pascoli di Cantedoldo, lungo cui ci si porta tra le case di Valmoresca (m 843) e da qui, per strada e tratti di mulattiera, nuovamente al Ponte di pietra.

Fonte: Stefano D’Adda, Marco Dusatti, 2015 – Strade Storiche, Valichi e confini – Volume V

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