Arte & Cultura “Strade e confini storici dell’Alta Val Torta”

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La partenza

Dalle prime case di Valtorta (m 935; grande parcheggio) ci si porta alla piazza della chiesa parrocchiale, dove il leone alato di S. Marco, effigiato sull’abside, ricorda l’antica appartenenza del comune alla Repubblica di Venezia. In lieve salita, lasciando a destra la mulattiera per la contrada Scasletto (che useremo al ritorno), si raggiungono le case della contrada Torre, disposta a perpendicolo sul dosso. In questo tratto spicca a destra la massiccia sagoma della Cà di Bram, dimora medioevale che conserva l’antica cucina con il fuoco posto in mezzo al pavimento (forlà) e il caratteristico sfogo fumario ricavato nel muro (büs de la mèrla). Lungo una bella mulattiera si raggiunge la trecentesca chiesetta della Torre, dedicata a S. Antonio Abate (fontana), dinnanzi alla quale si piega a destra e si pianeggia brevemente lungo la strada in pietra (indicazioni per Via del Ferro).

Lungo la Via del Ferro

Aggirato a monte un antico edificio si esce tra prati, nei pressi di un’edicola votiva, ove il panorama si apre verso la massiccia sagoma del Pizzo dei Tre Signori. Quello che stiamo percorrendo è il tratto di ponente della “Via del Ferro”, antica direttrice viaria tra la Valtellina, i territori dell’Alto Brembo Occidentale e la Valsassina caratterizzata dalla presenza di intensi scambi e commerci connessi alle attività minerarie e metallurgiche. Oltre la Valle della Lengua buna la mulattiera, priva di segnavia, tocca un’altra edicoletta e piega verso sinistra, connettendosi alla carrabile per i Piani di Ceresola. Seguitala a destra per una decina di metri, si riprende a sinistra la strada pedonale che con una serie di tornanti rimonta il dosso prativo e dopo un altro attraversamento del nastro d’asfalto raggiunge la Baita Girgiol (m 1.200), facendosi meno ripida. Piegando verso destra entra poi nella faggeta e raggiunge le limpide acque della Sorgente Canzù, dove una sosta ristoratrice è d’obbligo. La mulattiera di li a poco è sostituita da una recente strada agrosilvopastorale lungo cui, in graduale salita, si raggiunge la piana alluvionale di Ceresola, una distesa di prati e pascoli costellati di baite ove oggi trova posto anche la stazione sciistica del comprensorio Piani di Bobbio-Valtorta, replica in foggia moderna delle storiche relazioni economico-commerciali tra Valtorta e la Valsassina. Superato il Rio Lavazzero si sale al centro della conca stando sempre alla sinistra dell’alveo del Vallone, notando come l’area a ridosso di quest’ultimo risulti destinata al pascolo mentre le parti più fertili e pianeggianti, delimitate da muri a secco, siano utilizzate a prato. Nel frattempo lo scenario si fa sempre più ampio e spettacolare: da sinistra a destra si riconoscono l’ampio valico dei Piani di Bobbio, il Monte Chiavello e il Passo del Cedrino. Il Passo di Gandazzo, nostra prossima meta, è poco più a destra, nascosto da un dosso boscato. In questo scenario di cime e rupi è facile cogliere la diversa natura delle rocce: carbonatica per quelle emergenti a Sud, più giovani, chiare e aspre, silicatica per quelle più scure e tondeggianti che culminano a Nord con la possente cima del Tre Signori. All’altezza di un abbeveratoio coperto la strada si ferma: si valica dunque il solco torrentizio e si rimonta a perpendicolo il pendio pascolivo per un centinaio di metri, lasciando sulla destra la Cà Bianca. In questo tratto l’antica strada per i Piani di Bobbio e la Valsassina subisce gli effetti dell’abbandono e delle trasformazioni territoriali connesse alla realizzazione della stazione sciistica. Fiancheggiato il canale essa piegava infatti a sinistra per poi raggiungere verso Sud-Ovest i Piani di Bobbio, stando sul lato sinistro della Val Lavazzero. Cogliendone le residue tracce si supera dunque verso sinistra il Vallone per poi traversare la pista da sci e ritrovarla ben delimitata da muretti in sasso. Si sale gradualmente tra bei prati per poi incrociare nuovamente le strutture sciistiche, dapprima nelle fogge di uno skilift e poi di un’altra pista. Da qui in avanti lo storico tracciato è cancellato dalle strutture del comprensorio sciistico, che l’itinerario preferisce evitare volgendo verso la sella di Gandazzo. Incrociato il sentiero proveniente dal piazzale di Ceresola, si piega dunque a destra e si rimonta la ripida pista lungo un labile e recente tracciato (indicazioni) che di lì a poco piega ancora a destra rientrando nella faggeta. Seguendo ora le indicazioni e i segnavia CAI si incrociano nuovamente lo skilift e la pista da sci per giungere infine all’ex Casera di Ceresola, al piede dell’omonima alpe. Alle sue spalle un sentiero nuovamente evidente sale nel bosco e con direzione Nord-Ovest si porta in circa mezz’ora al Passo di Gandazzo (m 1.660), tra Val Brembana e Valsassina.

Tra valichi e crinali contesi

Una serie di cartelli indicano le possibili mete ai quattro angoli cardinali: la nostra è data dal Rifugio Grassi, esattamente a Nord del passo. Seguiamo dunque a destra il “Sentiero delle Orobie Centro Occidentali” (segnavia CAI 101), che subito rimonta il faticoso versante meridionale dello Zucco del Corvo (sorgente). Alla salita segue un traverso in piano e il superamento dell’aerea cengia intagliata nella roccia che adduce al Passo del Toro. Il crinale che stiamo percorrendo fu per lunghi anni, tra la fine del XVI e quella del XVIII secolo, teatro di dispute tra le comunità di Valtorta e quelle della Valsassina, connesse al desiderio degli abitanti di quest’ultima di godere dei beni, in particolare pascoli, posti oltre lo spartiacque, in territorio bergamasco. Il fulcro della discordia fu l’aprica sella dei Piani di Bobbio, con le sue ampie praterie, ma contrasti vi furono anche più a Nord, tanto da indurre le autorità milanesi e venete a intervenire e a fissare con croci e cippi un limite condiviso. Un nuovo affilato crinale e una breve salita precedono un godibilissimo tratto pianeggiante lungo le pendici orientali della Cima del Corvo e del Monte Foppabuona (m 2.020 circa), sino all’omonima bocchetta, donde contornando l’alta Val Caravino si raggiunge il Rifugio Alberto Grassi. Tutta l’area del Camisolo, come evidenziato dai residui d’escavazione posti presso il rifugio, fu nei secoli sfruttata per l’estrazione dei minerali di piombo, zinco, argento e barite. La collocazione a ridosso della linea di crinale favoriva i rapporti con le valli contermini, ove veniva trasportato il materiale semilavorato o da cui proveniva la manovalanza. Verso Est spicca invece il maestoso profilo del Pizzo dei Tre Signori, così detto a partire dal Settecento per il ruolo di poderoso caposaldo confinario assegnatogli dai tre stati che sulla sua cima spingevano il confine.

L’Alpe Camisolo-Lavezzo e la Valle del Borae

Il nostro itinerario prosegue ora in discesa, alla volta di Valtorta, lungo il sentiero indicato dal segnavia CAI 104. Sfiorate due grandi penzane, tipiche stalle alpestri aperte sul fronte, si tagliano verso Est gli ampi pascoli dell’Alpe Camisolo- Lavezzo, una delle più rinomate dell’Alto Brembo Occidentale, e se ne raggiunge la stazione principale, organizzata attorno al Caserone. Portatosi a un colletto. Il sentiero scende poi con rapidi tornanti alla Baita Cavallero (m 1.747) e da lì, oltre la vallecola, nei pressi della Stalla Lavèz (o Lavezzo), al centro dell’ampia radura pascoliva sovrastata dai monoliti rocciosi del Tre Signori. Senza raggiungere l’edificio, si scende velocemente lungo la parte destra del pascolo per poi entrare nella faggeta, dove il tracciato perde rapidamente quota. Raggiunto il fondo della Valle del Borae (o di Lavezzo), si trascura il sentiero che scende fiancheggiando il torrente e si prosegue in piano verso sinistra sino a raggiungere la Posa, piccola radura posta in corrispondenza di una dolce sella ai piedi dell’Alpe Stavello. Poco sotto si incontra una biforcazione: lasciando il sentiero che cala verso la contrada Costa (segnavia CAI 104), si prende verso destra, in piano, quello che in breve mena alle Baite di Paiaröla, appena oltre il dosso (diramazione segnavia CAI 104).

Ritorno a Valtorta

Offrendo belle vedute sui dirimpettai massicci della Corna Grande e della Cornetta, in un ambiente fattosi nuovamente prativo, il sentiero raggiunge il panoramico crinale tra la Val Falghera e la Val Grobbia per poi calare alla minuscola contrada di Scasletto (m 1.088). Ora in foggia di mulattiera il tracciato scende sino a raggiungere il Ponte di Scasletto, sul fondo della Val Grobbia, oltre cui si unisce a quello della contrada Costa e raggiunge il ponte romanico detto “del Bolgià”, alla confluenza della valli Falghera e Grobbia. Sulla riva sinistra del torrente i piccoli edifici della fucina, del maglio e del mulino, strategicamente posizionati lungo l’antico percorso pedonale e oggi inseriti in quello del locale ecomuseo, offrono l’ultimo spunto di un itinerario che poco sopra si conclude nel centro di Valtorta.

Fonte: Stefano D’Adda, Marco Dusatti, 2015 – Strade Storiche, Valichi e confini – Volume V

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