Valichi e confini

Aree preziose e contese

Spesso quando percorriamo i bellissimi sentieri delle Orobie non sappiamo che ci troviamo in zone ricche di storia, magari contese per secoli, tra dei pastori confinanti, dei comuni o addirittura tra due stati. Con occhio attento possiamo ancora scorgere nei prati o nei boschi, di segni utilizzati per segnare i confini.

La lunga controversia che tra il XV e il XVIII secolo vide contrapposti gli abitanti di Valtorta a quelli di Vedeseta e dei paesi della Valsassina per i confini delle aree pertinenti il Monte Concoli, i Piani di Bobbio e il Monte Camisolo mette in luce l’importanza che avevano un tempo i pascoli, i boschi, le sorgenti e anche i “prati di monte” (prati magri) per le comunità rurali dell’Alto Brembo.

Una larga parte della popolazione viveva infatti di agricoltura e di allevamento e pertanto ogni più piccola risorsa andava tutelata e sfruttata. Per poterlo fare in maniera tranquilla e palese le aree produttive venivano delimitate e i loro confini posti in evidenza tramite cippi, croci incise su roccia, muri e siepi.

Il confine in questione aveva un particolare rilievo in quanto era anche un confine di stato, tra Milano e Venezia, e dunque la sua esatta definizione richiese lunghe verifiche e trattative e non banali lavori di posizionamento dei “termini” confinari, costituiti da croci e cippi di varia dimensione e foggia.

Analogamente a Piazzatorre i beni degli Antichi Originari, riassegnati nel 1822 dopo lo spoglio napoleonico, furono dettagliatamente delimitati a terra con croci e sigle, al fine di evitare sconfinamenti e conseguenti litigi, dall’una e dall’altra parte.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo ma ci limiteremo a ricordare quelli delle malghe, beni gestiti come entità indipendenti anche all’interno di una stessa proprietà pubblica, e i lotti boschivi, di cui sono eredi le particelle forestali degli attuali piani di assestamento. Se i confini sono i “muri” del territorio, talvolta in maniera non troppo figurata, i valichi ne sono le “porte”, bisognevoli pertanto di altrettanta solerzia nel controllo. Porte che le antiche carte rappresentavano come tali, fors’anche per la presenza di manufatti che in qualche modo le richiamavano.

Ne sapevano qualcosa i parroci di Averara e Mezzoldo, che a lungo si batterono per controllare la penetrazione dal Passo di Sa  Marco, lungo la Via Mercatorum e la Strada Priula, degli “eretici” di fede protestante. Come constatiamo tutt’oggi i passaggi sono ambasciatori di opportunità ma anche di problemi, a seconda degli eventi e delle fasi storiche. Con il passaggio di Valtorta a Venezia, nel 1454, i valichi che sin lì avevano favorito la gravitazione del paese sulla Valsassina divennero improvvisamente luoghi di contrasto e separazione.

Così i più facili valichi del crinale orobico, lungo cui per secoli e sino all’avvento dei mezzi motorizzati si mossero beni, persone e conoscenze, nelle fasi belliche divennero potenziali punti d’ingresso del nemico, che era necessario fortificare e difendere.

 

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Tratto da: “Le guide di Altobrembo, volume V – Strade storiche, valichi e confini”, a cura di Stefano D’Adda e Marco Dusatti

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